L’amore ai tempi del telefono fisso

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Care le mie figlie che tra qualche anno inizierete a whatsappare con il figo della classe, che aspetterete con ansia la risposta dopo aver visto la doppia spunta verde, che farete ricerche sui social appena vi presenteranno uno, che “social-stalkererete” (cit.) facendo attenzione impostando notifiche per seguire gli spostamenti di quello che avete puntato, che lancerete messaggi in codice attraverso sibillini status di Facebook, sappiate che il mondo non è sempre stato questo.

C’è stata un’epoca – sì, stiamo parlando del post-rivoluzione industriale, tranquille – in cui, udite udite, i social non esistevano, i cellulari nemmeno – so che è difficile da credere – e l’unico modo per mettersi in contatto con quello che ti piaceva era telefonargli a casa. Sapevi che ti avrebbero risposto i genitori e ti preparavi la frase di rito: “Buongiorno, sono Cristiana, un’amica di Genoveffo. Posso parlargli?”. Il cuore batteva a mille, la figura di merda era dietro l’angolo e componevi quel numero sulla tastiera con le mani tremanti. Salvo poi scoprire che non c’era nessuno in casa.

Oppure eri tu ad aver dato il numero a qual ragazzo che avevi osservato da lontano per tutto l’anno scolastico. E allora, temendo che telefonasse e non ti trovasse, passavi i tuoi pomeriggi e le serate su una sedia di fianco al telefono, che di solito era nel corridoio. Se il telefono squillava ti ci catapultavi sopra, ma era sempre un’amica della mamma (in quel tempo i call center non esistevano, qualcosa di buon c’era…). Dopo aver rimandato la pipì, ti alzavi e andavi in bagno. DRIIN, DRIIN. La mamma rispondeva e poi con tono seccato ti chiamava “Cri, è per te”. Tu con un vago “Chi è?” ti lanciavi sulla cornetta un attimo dopo che lei rispondesse piccata un “non lo so, non si è neanche presentato”. Naturalmente ciò che dicevi al telefono veniva sentito da tutti i componenti della famiglia. Altro che foto osè su Whatsapp…

Poi c’era quella volta in cui il belloccio in questione ti mollava e volevi fargliela pagare. Oppure non chiamava e tu ti arrovellavi il cervello a trovare mille scuse percui lui era del tutto impossibilitato a comporre un numero. E allora partivano le chiamate anonime solo per sentire la sua voce. Lui diceva “Pronto” e tu mettevi giù. No, il riconoscimento del numero del chiamante non esisteva, anche perché l’apparecchio telefonico era sprovvisto di display.

E in vacanza? Nessuna chat sotto l’ombrellone, nessuno squillo “quando sono sotto casa tua”. Se il fidanzato era lontano, ci si dava un appuntamento telefonico, sempre che uno dei due avesse a portata di mano un telefono fisso. Per telefonare si compravano i gettoni e si stava in fila ore in attesa che gli altri finissero di scambiarsi parole d’amore via filo.

 

Sembra impossibile pensare che tra ragazzi e ragazze potessero nascere amori senza il cellulare, e invece a quanto pare abbiamo vissuto lo stesso. Non saprei più neanche io come abbiamo fatto ad essere adolescenti in un’epoca così anti-social!

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