Di tutti i bambini spazzati via dal vento.

Sant'Anna di Stazzema

Vogliamo celebrare la Giornata della Memoria con un brano tratto da “All’ombra del Nocciolo” di Massimiliano Di Nicolantonio, sì il “nostro” Max.

Forte dei Marmi, lì 25/12/1944

La tavola era imbandita. Ornamenti poveri e scarni. Lo era stata anche nei giorni precedenti. Ada e Nino ci tenevano a dare ad Ignazio quel minimo calore umano e quell’immagine confortante, accogliente e tradizionale del Natale. Volevano fossero dei giorni diversi nonostante l’intrecciarsi di tanti eventi violenti.

Ada aveva messo una sorta di tovaglia colorata, la più nuova che era riuscita a trovare nella casa. In realtà era una tenda recuperata da un vecchio baule. Aveva dei colori caldi e Ada aveva pensato che avrebbe creato un leggero clima natalizio.

Aveva preso dei mozziconi di candele, li aveva accesi e collocati al centro della tavola.
Paola, che qualche giorno dopo avrebbe compiuto un anno, ancora non camminava. Gattonava con visibile difficoltà sul pavimento della casa, inseguendo gli oggetti posizionati a terra.

“Camminerà, stai serena. Camminerà vedrai. È inutile che tu te ne faccia un cruccio, Ada. La bambina è piccola e ha fame come abbiamo fame noi.
Falla crescere, lasciala crescere. Vero, piccola di papà?” diceva Nino prendendo quello scricciolo piccolo e ossuto tra le sue braccia. Paola lo riempiva di sorrisi e di carezze. Gli acchiappava il mento con le esili manine e cercava di morderlo festosamente. Era un nutrirsi di abbracci. Riempire la mente di distrazioni affettuose, di necessarie evasioni dal mondo circostante.

Paola giocava e lo faceva con tutti. Ignazio era diventato la sua fedele distrazione. Non passava momento in cui lei non cercasse di chiamarlo,
infastidirlo, provocarlo. Era un fratello, un passatempo, uno sfogo, il suo tutore per imparare a camminare.

Ignazio

Il braccio di Ignazio era diventato grosso come un pallone, livido e duro, presentava in bella evidenza i segni delle violente percosse ricevute. Il dolore oramai era da tempo insostenibile. Inutile ogni tentativo, anche timido, di cercare di stenderlo e di aprirlo. Le lesioni subite ai tendini del braccio rendevano le prove azzardate e senza speranza. Seppur continue, le medicazioni non avevano sortito grandi effetti.

Nino gli si avvicinava e lo stringeva al petto. Cercava di fargli forza e di non farlo stancare, nonostante la sua continua voglia di uscire e di fare visita ai militari americani per recuperare carne in scatola e cioccolata.
Nella casa regnava un pesante silenzio.
I passi di Ada tacchettavano sul pavimento, mentre Nino, in disparte, cercava di giocare e insegnare a Paola come sollevarsi in piedi.
Ignazio rideva, osservando la piccola goffa.

“È impossibile,” disse Ignazio “è una pigrona.”
“Ma no. È solo piccola.” rispose Nino.
“No, zio. Ti dico che è una pigrona.”
Paola rise come se avesse compreso il significato della parola.
“Piccolina, guarda che qui ci sfottono. Fai vedere a questo impertinente come cammini.” disse Nino tenendo Paola in piedi, tenuta saldamente per le sue mani.
Paola rise ancora. La sua risata era dolce e contagiosa. Ada allentò la tensione dei giorni passati.

La sua famiglia era riunita, malconcia ma serena.
Era la notte di Natale e la donna desiderava festeggiare timidamente, quantomeno non pensare a quanto accaduto fino a quel momento, sfuggire le preoccupazioni.
Voleva un regalo da questo Natale e lo desiderava con tutto il suo cuore.
Voleva svegliarsi la mattina nella sua casa di Mandas, voleva scoprire di aver fatto un sogno terribile e che ogni cosa fosse nuovamente al suo posto.
La cena era misera, non certo un banchetto degno per la festa della nascita del Signore, ma era il meglio che erano riusciti a raccattare in giro per Forte dei Marmi e allo spaccio dei neri della Buffalo.

Era una serata fredda. Avevano recuperato alcune fascine di legna e ora una timida fiammella rischiarava il piccolo ambiente direttamente dalla bocca del camino.

Nino aveva sistemato alla bell’e meglio una pentola sopra il fuoco. Con la carne in scatola avrebbero cercato di tirare fuori un qualche tipo di brodo, sempre meglio che mangiarla direttamente dalla scatoletta come delle bestie rabbiose che si azzuffano per prenderne un pezzetto in più.

Ignazio teneva il braccio vicino al fuoco: gli dava un leggero sollievo.
Il dolore pulsante e mordente si allentava e lui poteva finalmente concentrarsi su altro.
La febbre che si era nuovamente presentata prepotente lo assaliva da qualche ora e lui, in un angolo, cercava di resistere come meglio poteva.

“Cosa staranno facendo il babbo e la mamma?” chiese Ignazio con la voce che tradiva il suo malessere.
“Non lo so, Ignazio. Sicuramente saranno a tavola e ci staranno pensando.”
“Chissà se mi pensano ancora.”
“Non dire stupidaggini Ignazio. Perché mai non dovrebbero pensarti?”
“Perché è passato tanto tempo.”
“Tempo? E tu li hai dimenticati?”
“No, io no!”
“E allora perché ti avrebbero dovuto dimenticare?”
“Perché io non ho nulla a cui pensare ora, a parte il braccio morto e loro.
Loro magari avranno tante altre cose alle quali pensare. Hanno il fratellino, l’orto, le galline.”
“Ignazio, smettila.” lo interruppe Nino, “Non è come credi. Loro ti staranno pensando, ci staranno pensando e magari saranno preoccupati. Ti portano dentro al cuore. Ci portano dentro al cuore.”

memorieIgnazio si sistemò meglio, accanto al camino e alla sua flebile fiammella natalizia.
Voltò la faccia per non mostrare il rivolo di lacrime che gli scendeva lungo lo zigomo.
La casa era scura, grigia e la polvere, che nonostante tutto l’impegno di Ada invadeva la casa, copriva quasi ogni angolo.

Di tanto in tanto in lontananza si potevano udire dei boati sordi.
Ada per la preoccupazione si pietrificava e restava in attesa che la bomba colpisse la casa.
“Stai serena, Ada,” disse Nino “provengono da nord-est. Oramai i tedeschi sono alla resa dei conti. Gli americani stanno avanzando.”
“Non sto serena, Nino. Non sto serena. Fosse per me, mi venisse pure a cogliere la morte ma queste due creature, Nino… Queste due creature mi preoccupano.”
“Capisco, ma agitarti non serve a nulla, non scanserà mica le bombe.”

“Non vedo l’ora che finisca questa brutta guerra. Vinca chiunque vinca, ma che finisca, perché qui, alla fine, noi stiamo morendo e se non c’ammazza la pallottola c’ammazza la fame. Lo capisci?”
Nino si avvicinò alla giovane moglie, la strinse tra le braccia sotto lo sguardo compiaciuto di Paola e la baciò come non capitava da lungo tempo ormai. Ignazio si voltò dall’altra parte, continuò ad osservare il crepitio del fuoco.

La guerra ti toglie tutto. Ti strappa via il ricordo di ciò che c’era e di ciò che eri. Distrugge i vecchi legami e instaura nuove relazioni di sopravvivenza e di compassione. Ti strappa via la dignità, ti fa camminare sopra i cadaveri senza provare la benché minima umana pietà.

La guerra ti strappa via di dosso i pensieri e le speranze effimere, i buoni propositi e le belle parole. La guerra ti strappa via di dosso le illusioni, leggere come vestiti di seta al vento.
La guerra ti cuce addosso valori e necessità diverse, concrete, scarne e dirette. Te le cuce addosso come mostrine militari, senza anestesia.

Marchi indelebili che nulla e nessuno, se non la morte, ti potranno mai staccare. La guerra, i morti, le bombe, la fame e la sofferenza sono cose che non ti puoi togliere dagli occhi nemmeno cavandoteli con un tizzone ardente piantato in profondità fino alla parte più viva della tua coscienza.

Ada piangeva tra le braccia di Nino e gli indicava i due ragazzini.
Piangeva e chiedeva a Nino cosa avessero fatto per meritare tutta quella sofferenza.
Lui, silenzioso, la stringeva più forte all’aumentar del suo sconforto.
Le bisbigliava all’orecchio di farsi forza, di non lasciarsi vedere in quelle condizioni dai ragazzi. Dovevano sopravvivere, andare avanti. Le diceva che nulla avevano fatto per meritare quella sofferenza, ma cercava di confortarla spiegandole che tante persone più sfortunate di loro erano morte e che tutto sommato, viste le circostanze, avrebbe dovuto guardare i fatti in maniera positiva.

Le disse che ci sarebbero stati i giorni futuri per piangere e disperarsi ma sarebbero stati i giorni successivi alla fine delle ostilità.
Sarebbero stati i giorni successivi a tutto quel massacro, i giorni della ricostruzione, della rinascita.

Le diceva di stare buona, di attendere, che la guerra sarebbe finita e lui l’avrebbe portata nuovamente a casa assieme a Paola e Ignazio.
Lei piangeva e chiedeva di giurarglielo.

“Giuramelo!” diceva picchiandolo sul petto, “giura che torneremo tutti assieme a casa.”
“Sì,” rispondeva lui trattenendo a stento le lacrime “te lo giuro, amore.”
Ignazio ascoltava quelle parole e cercava di pensare alla sua terra.
Cercava di ricordare suo babbo e sua madre. Le passeggiate in bicicletta lungo i sentieri sterrati di Palmas Suergiu.

Cercava di ricordare i sapori delle cene natalizie passate in famiglia.
Pensava a Gianfranco, piccolo fratellino lasciato solo a badare ai suoi genitori.
Altri boati sordi e violenti si susseguirono in lontananza. Il fronte non era poi così lontano. L’esercito americano aveva sfondato le linee nemiche e si era portato a non più di cinquanta chilometri a nord-est da Forte dei Marmi. I tedeschi tenevano duro ma il numero sempre maggiore di soldati anglo-americani, i continui bombardamenti dal cielo e l’esercito più fresco e meglio equipaggiato facevano la differenza sulla distanza.
Paola, gattoni gattoni, aveva colto l’occasione della distrazione di tutti per avvicinarsi pericolosamente al fuoco. Solo un rapido gesto di Ignazio impedì che la piccola ci si infilasse letteralmente dentro.

Lei felice sorrise al cugino. Era innamorata, lo guardava con occhi vispi pieni di gioia. Felice di essere sempre al centro dei suoi pensieri e delle sue attenzioni.
“Oh, zio, se non fosse per questa piccolina che cerca di mettersi sempre nei guai…”
“Cosa?”
“Se non fosse per questa piccolina, non so come, quel giorno, avrei trovato la forza di scappare o buttarmi nel fuoco per salvarla.”
“Sopravvivenza, Ignazio.”
“Sì, ma se non fosse stato per i suoi occhi, zio, tutto quel coraggio non credo che l’avrei trovato. È per lei che stiamo tutti bene!”
“Allora, meno male che abbiamo Paola che ci sta dando tutto questo coraggio!”
“Sì, meno male che abbiamo Paola con noi!”
Ada andò a prendere la piccola da terra e cullandola, accostata al seno, la riempì di dolci e amorevoli baci.
La tavola era imbandita e la cena era finalmente pronta. La donna versò il brodo caldo nei piatti e dopo un breve ringraziamento mormorato con la sua voce flebile e febbrile, iniziarono a consumare il pasto.
Era Natale per tutti.

Nella casa dei telegrafisti Ignazio aveva potuto scorgere una sorta di piccola tavola apparecchiata e qualche piccolo addobbo per festeggiare il Natale.
I neri della Buffalo, “che ragazzi strani”, pensava sempre Ignazio.
In Sardegna non ricordava di averne mai visti.

La loro lingua era troppo diversa dalla sua, per essere compresa. Non parlavano la lingua stretta e dura dei tedeschi, ma gli era assolutamente impossibile poter decifrare anche solo una parola. A malapena era riuscito a capire i loro nomi.
Ada cercava di far bere quella specie di brodaglia alla piccola, che, vista la fame arretrata, deglutiva senza il minimo lamento.

La carne, un ammasso gelatinoso e grasso, si era sciolta nell’acqua, dandole un retrogusto piacevole e saporito. Si era sfilacciata in tanti pezzettini minuscoli, dando al brodo quel minimo di consistenza tale da farlo sembrare un piatto appetitoso.
Una piccola scorza di formaggio, avanzo di un pezzo ben più grande recuperato sempre dai quattro della Buffalo, rimase a galleggiare qualche istante in superficie prima di scendere sul fondo, sciogliendosi, ad insaporire la cena.

“Ma questi ragazzi, Ignazio, come si chiamano?” chiese Ada cercando di allontanare l’atmosfera pesante che si era creata nella casa.
“Zia, te l’ho detto già!”
“Eh, ma io non mi ricordo mica!”
Ignazio assaggiò rumorosamente un’altra cucchiaiata di brodo.
“Allora,” disse pulendosi le labbra, “c’è un medico che ogni tanto mi controlla il braccio che si chiama George.”
“George!” ripeté lei, “insomma diciamo che si chiama Giorgio.”
“Sì, forse, poi c’è Aerowood che con me è sempre molto gentile.”
“Gentile?”
“Sì, mi tratta bene. Parliamo a gesti. Io non capisco quello che dicono e allora sembriamo due burattini che cercano di spiegarsi.”
“Poi quanti altri ne conosci?”
“Allora,” aggiunse attendendo che la brodaglia si raffreddasse “c’è poi Ruasco, che è un tipo molto silenzioso, e Arcibald che è quello che mi fa ridere tantissimo. Ha un labbrone enorme e gli pende come il labbro di un cavallo.”
“Sono brave persone?” chiese lo zio.
“Sì, sono sempre stati gentili con me.”

“Questo è l’importante,” aggiunse “comunque non dare loro troppa confidenza.”
“Ma non faccio nulla di male!” esternò Ignazio.
“Lo so, ma non fidarti troppo. Di nessuno.”
“Va bene.” aggiunse lui con tono mesto mentre sollevava un’altra cucchiaiata.
La serata andò avanti lenta, con il rumore del brodo succhiato via dai cucchiai dei ragazzi, il respiro pesante e pensoso di Nino e i continui sospiri di apprensione di Ada, che ascoltava con forte preoccupazione i suoni di guerra che arrivavano dalle montagne.
Paola lentamente si addormentò, la testa pesante si poggiò su un seno di Ada e la bocca, lenta, simulava la suzione.

La strinse forte al petto. Un fremito pervase il corpicino della piccola. Il freddo era sceso prepotente su quella notte di Natale.
La bimba delicatamente venne adagiata sul giaciglio all’interno della cucina. Nino aggiunse qualche pezzetto di legno al fuoco.
Ignazio dormiva poco più in là, vicino al corridoio con due finestre: una dava sulla strada, l’altra sul cortile interno del fabbricato.
Paola rimase lì, nel suo lettino, stanca e stremata.
Ignazio e i suoi zii si sedettero al tavolo mentre Ada sparecchiava le ultime cose.
Si misero al tavolo e chiacchierarono, bisbigliando, per non rischiare di svegliare la piccola. Qualche bagliore lontano illuminava la buia notte di Forte dei Marmi.

“Dove sarà la battaglia?” chiede Ada.
“Non lo so,” rispose Nino “spero sia il più lontano possibile da noi.”
“Sì, speriamo che finisca presto. Per noi. Per tutti.”
“Sì, speriamolo,” rispose lui prendendo le mani della moglie e del nipote.
La febbre di Ignazio non accennò a calare. Il viso sudato e rosso del ragazzo mostrava senza ombra di dubbio la battaglia che si stava combattendo implacabile dentro il suo corpo.
Il braccio era gonfio quanto la coscia di un adulto e continuava a pulsare violentemente. Il colore era d’un rosso rappreso e livido, a tratti d’un colore di sangue vivido.
Si andò ad adagiare nel suo lettino lungo il corridoio, mentre Ada andò a fare compagnia alla piccolina, ormai addormentata da qualche ora, e Nino, poco distante, si adagiò su una panca vicino al caminetto.

Calò il sonno ma non il silenzio, in quella lunga e rumorosa notte di Natale. Ci si faceva l’abitudine alla fine. Quei boati in lontananza assomigliavano tanto alla risacca del mare in tempesta. Imparavi a conviverci e per assurdo iniziava anche a far loro compagnia, non piacere, ma nemmeno più tanta paura come le prime volte.

Ci fu il silenzio e i rumori sordi.
Ci fu il sonno e il respiro pesante e il leggero russare.
Ignazio non sognava più. Era da tempo che il suo sonno non veniva disturbato da sogni o fantasie notturne. Il dolore lo avvolgeva coprendo sogni, rumori e odori.
La sua attenzione, anche durante la notte, veniva completamente assorbita dalla sofferenza lacerante del braccio.

Avrebbe voluto strapparlo via, avrebbe voluto tagliarlo con una lama e staccarlo dal suo corpo.
Quel braccio inutile e sofferente era diventato un peso, un fastidio, una sofferenza eccessiva in un terribile momento di supplizio.
Sperava di pestare forte, pestare e strapparlo via.
Pestare ed ottenere una deflagrazione tale da portare via tutte le parti inutili e dolorose del suo corpo.

Forse sognava questo, Ignazio, quando ci fu una potente esplosione e poi una seconda all’esterno non lontano dalla loro abitazione. La casa fu scossa violentemente. Qualche calcinaccio si staccò dai muri, arrestando la sua caduta sui pavimenti.
Ignazio aprì immediatamente gli occhi.
Anche Nino e Ada si svegliarono mentre Paola restava addormentata nel suo angolo di letto e nulla la poteva schiodare da quel tepore caldo e protettivo.
“Cosa accade?” chiese Ada, preoccupata ma con voce flebile.
“Non lo so,” rispose il marito, che con voce impostata cercava di non lasciar travisare la preoccupazione.

“Zio,” gridò Ignazio “sono bombe?”
“Non lo so. Cannoneggiano, credo. Ancora una volta.”
Vibrava tutto. Tutto sembrava instabile. Persino il letto sul quale erano seduti pareva pronto a crollare sotto le vibrazioni delle cannonate.
Una nuova serie di esplosioni si udì a pochi passi da loro. Una serie di esplosioni più piccole, probabilmente granate, arrivò pochi istanti dopo.
“Ada, stai calma,” disse Nino osservando lo sguardo pietrificato della moglie, “dobbiamo solo sperare che passi.”

I bagliori delle esplosioni illuminavano le stanze a giorno.
“Andiamocene!” disse lei.
“Ma dove vuoi andare? Senti le bombe? Sono troppo vicine…”
In quell’istante una bomba deflagrò proprio accanto al muro del caseggiato.
Una nuova ondata di calcinacci esplose all’interno della casa, la polvere invase tutte le stanze. Le grida disperate di Ada coprirono quelle di Ignazio.

Una polvere bianca, densa. I polmoni si impregnarono di questo pulviscolo, soffocando il respiro di tutti.
Nino cercò di alzarsi dal suo letto per correre in soccorso della moglie e del nipote, ma una granata sparata da una postazione vicina entrò all’interno del comignolo deflagrando a mezza altezza.

Le mura si sgretolarono come un castello fatto di sabbia.
Una parete, nell’esplosione del camino, franò completamente su Nino.
Centinaia di schegge si conficcarono in ogni angolo della casa.
Ignazio gridava, una parete e una moltitudine di calcinacci gli erano franati addosso. Cercò di liberarsi, disperato, mentre Ada, in un angolo, mezza sepolta, iniziò a piangere e a chiedere aiuto.

C’era il rischio che qualche altro colpo di mortaio colpisse la casa e per loro, non più protetti da alcun muro, sarebbe stata la fine.
“Aiuto! Aiuto!” gridava Ignazio.
“Nino? Ignazio? Dove siete?”
Tutto era diventato completamente scuro, la notte era entrata prepotente dentro la loro casa.
“Zia, sono qui.”
“Nino, aiutami.” cercava di gridare lei con voce flebile e soffocata.
La polvere era diventata fitta, le luci delle continue esplosioni non filtravano più, la casa era diventata un ammasso di macerie.
Nino non rispondeva e il lamento di Ignazio era un grido di dolore.
Ada riuscì ad uscire dalla casa gridando e chiedendo aiuto.
Le esplosioni coprivano la sua voce. Il paese era un campo di battaglia.
Le bombe avevano colpito in diversi punti e in molti angoli case o capannine oramai abbandonate bruciavano vivacemente.
Ada iniziò a gridare disperata.
Gridò con tutto il fiato che aveva in gola.
Osservò Paola, che stranamente non piangeva e vide il suo volto trasformato in una maschera di sangue. La sua testa pendeva per gravità verso il basso.

Qualcosa l’aveva colpita alla testa, forse un calcinaccio, forse una scheggia proveniente dalla granata.
Ignazio, liberatosi dalle macerie, alla vista del corpicino privo di vita e ricoperto di sangue, venne preso dal panico e dallo sconforto.
Corse per strada, gridando disperatamente la sua richiesta d’aiuto tra le esplosioni che si infrangevano contro la sua voce.
Gridava forte e la sua voce cercava di lacerare il suono delle detonazioni;
la sua rabbia, la sua frustrazione cercavano di esplodere più forte di quelle granate, più devastanti di cento cannonate. Un attimo di silenzio tra due detonazioni e il grido di terrore di Ignazio lacerò la notte e quel breve silenzio.

Vide quattro uomini, i quattro soldati della Buffalo corrergli incontro.
Stramazzò al suolo esausto. Ruasco si fermò a soccorrerlo, mentre gli altri tre proseguirono oltre per entrare dentro la casa ridotta in parte ad un cumulo di macerie.
George, il medico, strappò Paola dalle braccia di Ada. La adagiò a terra, mentre le granate e le cannonate continuavano a sibilare pericolosamente sopra le loro teste.
Gli altri tre, assieme al signor Gai, il proprietario della Pensione, corsero all’interno della casa, oramai ridotta ad un ammasso di macerie, e si diedero da fare per liberare il povero Nino. Con le mani nude spostavano le grosse pareti, ormai ridotte in briciole, che ricoprivano il corpo del povero Nino.

Ada per terra, gridava di dolore.
“È morta Nino, è morta!” gridava. Ignazio, in un angolo, piangeva disperato la morte della piccola e pregava perché qualcuno la salvasse.
George cercava di verificarne lo stato di salute, ma ad ogni esplosione gli sfuggivano di mano gli attrezzi medici.
La paura di una possibile imminente esplosione aveva lambito le preoccupazioni di tutti.
Erano allo scoperto, una granata o una cannonata li avrebbe sicuramente uccisi.
Da dentro la casa si udivano le grida dei soldati che cercavano di coordinarsi per liberare Nino.
Altre deflagrazioni nei pressi della casa.
Ada per terra, supina, piangeva e si disperava con le mani tra i capelli.
Passarono diversi minuti quando Nino fu accompagnato fuori dai suoi quattro soccorritori, mentre la moglie, vedendolo, gli corse incontro gridando parole senza senso e piangendo come mai aveva pianto in vita sua.

Nino scoppiò in un pianto convulso, mentre Ada lo stringeva forte.
Osservavano impietriti la scena che si mostrava loro davanti.
Guardavano scoraggiati il medico che aveva adagiato la piccola per terra, ricoperta del suo stesso sangue.
Nino gridò, gridò un “no!” che lacerò i cuori, lacerò ogni esplosione e ogni vicolo.
Gridò un “no” che era una maledizione al cielo e agli uomini causa di sofferenza e di morte.
Gridò un “no” che suonava come una supplica di grazia e di conforto che sapeva non sarebbe mai potuta arrivare!
“Ce l’hanno ammazzata!” gridava Ada, “Nino ce l’hanno ammazzata. Maledetti, maledetti ce l’hanno ammazzata!”
Nino non parlava più ma piangeva ed Ignazio buttato in terra in un angolo pieno di macerie, singhiozzava senza sosta.
“She is alive!” gridò George “She is alive, did you understand me?”
Gai, il proprietario del Belvedere, percepì quelle parole di speranza e iniziò a strillare più forte di lui.
“È viva ragazzi, è viva!”
Un brivido di gioia invase i cuori di Nino e Ada.
“È viva!” gridò anche Ignazio, saltando più volte incurante del dolore che gli procurava il braccio.

Si avvicinarono di corsa al corpicino della bimba, che respirava, finalmente respirava. George l’aveva rinfrescata con un po’ d’acqua che aveva nella sua borraccia, le aveva sciacquato il viso e le manine sporche di fuliggine, poi, chino su di lei, le aveva dato un bacio dolce sulla fronte.
Anche George piangeva. Quel medico grande e grosso piangeva dalla commozione.
La piccola aveva respirato, d’improvviso, come fosse uscita inaspettatamente da una lunga apnea. Aveva iniziato a piangere disperatamente e con lo sguardo aveva cercato la madre, spaventata da quella grossa presenza sconosciuta.
George cercò di medicare la ferita alla testa con quel poco che aveva a disposizione.
Probabilmente un calcinaccio o una scheggia l’aveva ferita di striscio facendola svenire. Non aveva attrezzi, pochi medicinali e l’anamnesi fu veloce. Le disinfettò il taglio, aiutato dalle luci intermittenti delle continue esplosioni.

Le passò una benda tutt’attorno alla testa e poi, delicatamente, porse il piccolo fagottino esile alla sua mamma.
Ada e Nino piansero di rabbia. Scaricarono con quel pianto tutta la tensione accumulata in quelle ultime giornate.
Ignazio corse ad abbracciare il medico George, che dal canto suo, non riuscì a comprendere una parola di quello che gli diceva.
Anche Ada andò a ringraziarlo.
Lui la guardava felice, sorridente, ripetendo in maniera intermittente “Yes, yes, sì, sì, yes.” ma senza veramente comprendere nulla a parte il senso di quelle parole cariche di immeritata gratitudine. George ripeteva a modo suo di non aver fatto nulla, diceva che era merito del Signore. Erano lì da quattro mesi e avevano imparato le parole minime indispensabili per potersi spiegare, assieme ad una infinita serie di gesti che rendevano la
comunicazione quanto meno più semplice da interpretare.
Ruasco prese in braccio il giovane Ignazio, per quella notte avrebbero dormito al loro quartiere generale.
Nino fu sorretto da Aerowood e Arcibal, che lo sostennero fino alla branda di uno dei quattro uomini.
“Qui!” disse Arcibal, “did you understand?”
“Grazie,” disse Nino, “grazie davvero ragazzi.”
Arcibald ripetè il solito “Yes, yes.” e si allontanò per dare una mano al resto della famiglia.
Il corpo di Nino era stato schiacciato dal peso delle macerie e i quattro militari temevano per la sua salute.
Era completamente livido. Il peso dei calcinacci aveva fatto piegare le articolazioni del marinaio in maniera del tutto innaturale e da questo dedussero che ci avrebbe impiegato un po’ di tempo prima di rimettersi.
Ada, Ignazio e la piccola Paola, furono sistemati in una branda più grande posizionata in un’altra stanza della casa.
Il proprietario della Pensione si accommiatò e lasciò i quattro nelle mani della Buffalo.
Le bombe avevano cessato di cadere, nessuna esplosione se non in lontananza teneva sveglia quella notte di Natale.
Arcibald andò a sedersi accanto a Nino e cercò di spiegargli che i tedeschi sparavano con un cannone da La Spezia, mentre una postazione nemica vicina a Forte dei Marmi stava a Strettoia. Da quelle colline sparavano con un mortaio le granate, che riuscivano a raggiungere senza troppa difficoltà il paese.

Nino ascoltò, ma il sonno se lo portò via prima che il giovane soldato americano potesse riuscire a finire il discorso.
Nell’altra stanza anche Ignazio e Paola erano crollati, sfiniti dagli eventi e dalla fame.
Solo Ada restava sveglia. Piangeva contenendo la voce e baciando avidamente la piccola Paola. George osservò la famiglia dall’uscio della porta.
Ada sorrise malinconica, contraccambiata dal medico. Furtivo si allontanò, preoccupato per le sorti di tutti. La donna continuò a carezzare le morbidi gote della sua bambina.
La guerra aveva cercato di portargliela via già due volte e per due volte qualcuno lassù, pensava lei, aveva fatto in modo che questa terribile disgrazia non accadesse.
Era stanca Ada. Stanca e vuotata dalle forze, anche le minime necessarie per cercare di andare avanti.
Aveva bisogno di riprendersi. Ritrovare il coraggio perduto.
Crollò, sfinita anche lei, con le labbra ancora poggiate al volto della piccola Paola mentre le bombe, vicine e lontane, continuarono a fare da sottofondo a quella maledetta notte di Natale.

TRATTO DA – ALL’OMBRA DEL NOCCIOLO

Massimiliano Di Nicolantonio, Alias Max Dejavù

https://www.facebook.com/maxdinicolantonio/

https://www.instagram.com/maxdinicolantonio/

Massimiliano

Sono Massimiliano Di Nicolantonio ma mi conoscete come Max Dejavù. Sono un poco scrittore e un poco blogger. Un po' tecnico e un molto padre. Sono un po' potamo e un po' troppo tutto il resto. Scrivo, disegno, presento e racconto.

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