CybeResistance e Cyberbullismo. Uniti siamo forti.

Uniti siamo forti
CybeResistance e CyberBullismo

1991. Non sapevamo cosa fosse il CyberBullismo e la CybeResistance. Conoscevamo il Bullismo, quello fisico, quello doloroso.

“Hey frocetto!”

Tutto cominciò un maledetto lunedì di una maledetta mattina di novembre.

Da tempo quei cinque ragazzi mi osservavano, mi indicavano, sogghignavano. Cercavano il momento giusto per portarmi dentro la loro rete.

“Hey frocetto!” mi dissero, camminandomi accanto, tenendo il mio passo.

“Oggi la mammina non ti ha accompagnato?” e scoppiavano in una fragorosa risata.

“Ma hai visto come si veste?” diceva uno, incendiando nuovamente l’ilarità collettiva.

“Hey frocetto, non aver paura, stiamo parlando con te!”

Le mani stringevano forte gli spallacci dello zaino. Ad ogni risata una stretta più forte, nervosa, alquanto spaventata.

Non mi era mai capitato. Ero cresciuto in famiglia, frequentavo poche persone, pochissimi amici, forse nessuno: maggiormente adulti. Non mi era mai capitato di dovermi confrontare con dei ragazzi della mia età, dovermi difendere da qualcosa di invisibile: la prepotenza.

[…] Sii educato, saluta quando entri, saluta quando esci, stai seduto composto, non dire le bugie, guarda in faccia quando parli, tieni la testa alta, mangia con la bocca chiusa, sistema la camicia dentro i calzoni. […] Queste erano le raccomandazioni che mille e mille volte sentivo ripetere dai miei genitori. Pensavo, in maniera errata, fosse l’ABC per ogni ragazzino di questo mondo.

La competizione per me era vincere la gara di tabelline, la gara di capoluoghi di provincia, prendere il voto migliore nello svolgimento di italiano.

“Perché non ci guardi? Cacasotto!” gridavano, schernendomi in maniera sempre più enfatica, maggiore diventava la vicinanza alla scuola.

Gli altri ragazzi osservavano, nessuno interveniva, nessuno assecondava loro.

Era diventata una specie di area, silente, dove io dovevo difendermi da cinque ragazzi, più grandi di me, e non ci sarebbe stato nessun pollice a decretare la vittoria o la morte.

Cercai di mimetizzarmi in mezzo agli altri compagni, in attesa del suono liberatorio e salvatore della campanella.

I miei compagni evitavano di parlarmi, anzi, evitavano proprio di guardarmi.

Restavo là, in piedi, con le mani serrate sugli spallacci, rigido come uno stoccafisso.

I cinque balordi continuavano a confabulare tra di loro, pareva avessero perso interesse.

Il più grande, decise di tirare fuori dallo zaino una pistola ad aria compressa. Le sue attenzioni vennero focalizzate su alcuni gatti che risiedevano in pianta stabile nel cortile della scuola. Fuggirono appena la gatta, probabilmente la mamma, venne impallinata sulla coscia posteriore.

Suonò finalmente la maledetta campanella. I ragazzi si riversarono con un passo allegro e svelto all’interno dell’istituto. Mi diressi verso l’ingresso ma qualcosa di molto violento mi scaraventò per terra, dentro una pozzanghera. Delle risate coprirono il suono del mio corpo che emergeva dall’acqua.

Ero ricoperto d’acqua e fango.

Il più grande tirò fuori un coltello e me lo puntò alla schiena.

“Hey frocetto, guarda che hai sporcato la camicia.”

Durò tre anni, tre interminabili anni.

Il consiglio di mio padre fu quello di ribellarmi, difendermi. Io, disarmato, senza un bagaglio culturale che mi spiegasse l’autodifesa, mi sarei dovuto mettere contro uno che brandiva un coltellaccio.

Decisi di sottostare. Loro erano cinque, io uno solo. I ragazzi dell’istituto erano centinaia, seppur silenti ed omertosi. Osservavano, ridevano, compativano e tutto finiva là.

2017

Sono passati tanti anni ed il bullismo, quello che c’è sempre stato dall’alba dei tempi, è cambiato. Non si è completamente spostato ma, con l’avvento del Web, ha allargato le sue fauci.

Nel 1997 noi ragazzini venivamo soggiogati e bullizzati da un manipolo di delinquentelli di quartiere che, con metodi più o meno ortodossi, decidevano di sfogare le loro frustrazioni su giovani ed innocenti vittime. Il resto della scuola taceva.

Con l’avvento del Web, in un momento di improvviso scollegamento tra realtà e virtuale, giovani e adulti pensano che, protetti da un monitor, tutto diventi lecito.

Quei ragazzini che allora in maniera estremamente omertosa sogghignavano ma non intervenivano per una o per l’altra fazione, ora sono diventati anch’essi carnefici, virtuali, ma non meno reali e dolorosi. La eco della violenza è diventata una banda larga di parole vomitate. Una violenza meno fisica ma altrettanto dolorosa, se non peggiore. Ci si trova sulle bacheche di migliaia di persone, dal Nord al Sud, derisi e denigrati. Umiliati e portati alla pubblica virtuale gogna.

Le botte, quelle fisiche duravano 20 minuti: 10 minuti prima dell’ingresso e 10 dopo l’uscita.

La violenza del Web spesso diventa eterna, ridondante, estremamente vessatoria e diffamante. Il Web, nostro malgrado, non dimentica.

Basta. #Cyberesistance.

Noi aderiamo alla campagna #Cyberesistance. I ragazzi possono finalmente difendersi ed essere difesi. Non siamo le parole degli altri.

Postate anche voi le foto con le parole che possono fare male e che tutti noi abbiamo bisogno di allontanare. Scrivetele sul corpo, sulla faccia, su un foglio di carta, ovunque vogliate. Fatevi sentire e vedere!

E’ finalmente uscita la Legge contro il CyberBullismo.

#DrugYourImagination.

Uniti siamo forti
CyberResistance e CyberBullismo
Massimiliano

Sono Massimiliano Di Nicolantonio ma mi conoscete come Max Dejavù. Sono un poco scrittore e un poco blogger. Un po' tecnico e un molto padre. Sono un po' potamo e un po' troppo tutto il resto. Scrivo, disegno, presento e racconto.

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