C’è il bullismo, ma ci sono le mamme!

Esistono gli atti di bullismo; quelli per i quali tanti adolescenti negli ultimi anni sono arrivati a suicidarsi. Senza parlare di situazioni estreme, c’è il bullismo che fa vivere un inferno ad alcuni ragazzi presi di mira, che in questo contesto è giusto chiamare “vittime”.

Poi, però, oltre al bullismo, ci sono i genitori, in particolare le mamme. Non me ne vorrà il mio co-blogger che è per la parità di oneri e onori a uomini e donne, ma in questo caso sono le mamme a detenere il primato.

Ci sono le mamme, dicevo, che leggono sguardi e mezze frasi che i figli lanciano, captano il radar dei sentimenti feriti dei bimbi e li trasformano in segnali.

Un’azione, durante la quale noi genitori non eravamo presenti, viene estrapolata dal contesto in cui si è svolta, decontestualizzata e spolpata dalla situazione. Quell’azione diventa il significante di un significato ben più grande e pesante, tanto da far diventare il bambino che l’ha subita una vittima. Qui scatta immediatamente quell’istinto di protezione della prole che attanaglia la mamma italiana, scudo delle malefatte ai danni del bambino, in genere definito dalla genitrice “sensibile”, come se il resto del mondo fosse composto da cloni di King Kong che schiacciano ogni cosa – i sentimenti degli altri in primis – al proprio passaggio.

In questa fase scatta l’allarme. Compare sulle labbra di qualcuno la parola “bullismo”, che è sì significante di un significato grande, poche lettere che evocano un inferno, un cataclisma che né genitori né scuole sanno affrontare, che ci fa sentire impreparati e insicuri, che ci fa rimpiangere le 10 sveglie per le poppate in una notte.

Da qui un fuoco di recriminazioni e scarico di responsabilità.

Già, perché oggi è fondamentale, davanti a un fatto, che la famiglia ne attribuisca la colpa alla scuola e la scuola alla famiglia, liberandosi dal peso.

Così, in un palleggio continuo ed estenuante, ci si dimentica da dove si era partiti. Si parla a sproposito di qualcosa di grande e pesante, che segnerà la vita di un ragazzo.

Ma c’è un altro punto che si sta perdendo di vista, in questo spasmodico storytelling di problemi dei figli per dare a se stessi e agli altri una motivazione della propria esistenza ora che i bambini sanno camminare, parlare, andare in bagno da soli. È l’aspetto educativo che lo stare in una società potrebbe svolgere sui bambini se solo glielo lasciassimo fare. La scuola è una palestra di vita, così come lo sono litigate, discussioni, piccoli dispetti, antipatie. Abbiamo l’ansia di ciò che accadrà quando l’adolescenza incomberà, ci prefiguriamo scenari apocalittici di atti violenti di bullismo, come un inevitabile rito di passaggio all’età adulta. Al contempo però continuiamo a proteggere la prole, come se non credessimo alle sue capacità di reazione e difesa. Le scaramucce tra bambini vanno gestite tra bambini, trattate come scaramucce da bambini, dalle quali noi adulti siamo esautorati. Teniamocene fuori, iniziamo a pensare ai nostri figli come alle frecce che si stanno staccando dall’arco (per parafrasare il mio caro Kahlil Gibran), altrimenti i ragazzi di domani saranno esseri incapaci di affrontare la benché minima frustrazione, sia essa frutto di violento bullismo o di un no del primo amore. E i risultati purtroppo li conosciamo tutti.

Non tutto è bullismo – e soprattutto è la reazione che conta, più della colpa, nella crescita di un figlio.

Cristiana

Innamorata della vita, entusiasta per natura, ottimista fino al midollo e testarda come un mulo. Sono io. Blogger per scelta e per amore.

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