Bigenitorialità perfetta ma imperfetta

Bigenitorialità

Il concetto di bigenitorialità è perfetto quando il benessere dei figli passa attraverso il benessere dei genitori e viceversa, in un loop premiante e virtuoso, sia nelle famiglie classiche ma ancora di più in quelle con una geometria variabile, meglio conosciute come famiglie separate.

Uno dei meriti attribuibili al decreto Pillon, senza dover entrare nel dettaglio dei commi proposti, è il fatto di aver messo in evidenza un sistema allo sbando e oramai da tempo al collasso: la famiglia.

I padri rivendicano un ruolo più forte e centrale nella crescita dei figli, accanto a madri che reclamano una posizione lavorativa equa e paritaria. Diventa ridondante il problema nelle famiglie separate dove il padre viene dissuaso prima dagli avvocati e definitivamente “condannati” dai giudici i quali non danno loro la possibilità di vivere i propri figli in maniera veramente paritaria e con tempi paritetici, collocandoli sempre in una condizione di sottomissione psicologica, costretti continuamente a chiedere il permesso.

La madre si trova invece ingabbiata in un sistema che la svilisce lavorativamente, non dandole la possibilità di crescere economicamente in modo da potersi garantire una necessaria indipendenza che la renda più forte e meno esposta.

Le famiglie non sono supportate nella gestione dei figli, soprattutto nei primi anni di vita, costringendoli spesso a scegliere tra il lavorare o il badare ai propri figli, utilizzando sempre più spesso la figura dei nonni come un appoggio necessario per la gestione del proprio nucleo familiare.

Le famiglie separate, oggi, si mantengono su gambe di cera, difficilmente sostenute da normative eque e al passo con i tempi, continuando a soffrire le vecchie dinamiche, retaggi culturali ancora non ripianati dalle nuove evoluzioni sociali.

Parlare di famiglie separate senza risolvere le problematiche della famiglia è praticamente impossibile; impossibile come pensare di migliorare le prestazioni delle automobili senza uno studio con conseguenti modifiche degli standard delle strade sulle quali dovranno camminare quelle stesse auto.

Nonostante le continue lotte sociali, viviamo ancora in contesti socio-culturali vetusti.

La famiglia ed il focolare domestico sono ancora visti come il feudo della madre mentre nel mondo lavoro è ancora largamente diffusa l’idea che sia compito del padre quello di provvedere al sostentamento economico familiare generando una devastante dicotomia nel concetto e nel ruolo del genitore.

Si crea così una lacerazione, una divisione ancorché solo concettuale di quelle che sono le necessità del singolo individuo, le quali in definitiva si ripercuotono materialmente nel quotidiano.

La famiglia prima di essere un nucleo unico e indivisibile è formato da persone che se non messe nelle condizioni di vivere una vita indipendente troveranno grossi ostacoli laddove un domani dovesse esserci lo scioglimento del nucleo centrale. Senza considerare l’importanza della crescita di ogni singolo individuo per rendere quel nucleo ancora più solido e indipendente difficilmente si potranno risolvere le problematiche al contorno.

Se riuscissimo a distogliere l’attenzione dai nostri personali problemi, analizzando il fenomeno senza preconcetti o sovrastrutture dettate dal nostro background di esperienza vissuta, riusciremmo a scorgere quanto la famiglia oggi e l’eventuale famiglia separata domani, subiscano fortemente le influenze di disequilibri sociali che necessariamente si ripercuotono in quella quotidianità tanto fragile.

La donna spesso non è messa nella condizione di lavorare, il padre altrettanto non è messo nella condizione di vivere la famiglia e quindi di fare il padre almeno quanto la madre.

L’inserimento della donna nel mondo del lavoro vive ancora oggi grosse difficoltà causate dalla visione assoluta del suo ruolo procreativo: è fondamentale per la crescita della comunità ma spesso impegnativa dal punto di vista di un datore di lavoro.

“Non avrai mica intenzione di fare dei figli?” è una delle più classiche domande che una donna si sente rivolgere contro nel più classico dei colloqui di lavoro.

“Hai partorito tu?” è la battuta che spesso viene fatta ai padri che cercano di chiedere l’applicazione del congedo parentale.

Quanti padri sanno delle nuove normative inserite dal Jobs Act in materia di congedo parentale? A quanti nel privato verrà permesso di usufruirne? Quanti potranno permetterselo considerando la riduzione sensibile di stipendio che verrà comunque applicata?

Perché se da una parte lo Stato chiede ai propri cittadini di metter su famiglia e di fare figli, è altrettanto vero che le misure messe in campo per sostenerla sembrano sempre in controtendenza e non premianti per chi volesse assecondare i propri desideri e quelli della Sacra Madre Patria.

Le risultanze di una politica cieca sono spesso già scritte: la donna entrerà con grosse difficoltà nel mondo del lavoro e l’uomo non usufruirà di un eventuale congedo (quando non sono anche altri diritti) per paura che ci possano essere ripercussioni lavorative, in un mondo del lavoro attualmente molto fragile che ha grosse difficoltà di ricollocazione.

È indiscutibile il fatto che ci siano tante piccole realtà e che tanti si possano rispecchiare o non rispecchiare in questa situazione ma quello che deve saltare agli occhi è che la tanto acclamata bigenitorialità, quella normativa che la vorrebbe introdurre come obbligo senza aver minimamente pensato di seminarne preventivamente la cultura, supportandola con specifiche norme sulla famiglia e sul lavoro, rischia di diventare un peso psicologico che come sempre graverà sulle spalle dei nostri figli.

Iniziamo a diffondere la cultura della bigenitorialità nelle famiglie per poi farla diventare una banale consuetudine.

Iniziamo per esempio a “obbligare” i genitori ad usufruire del congedo parentale senza penalizzarli economicamente, creiamo un maggior spazio lavorativo per le donne, aiutiamo le famiglie a gestire i propri figli con servizi di supporto correlati alla scuola, gratuiti, che permettano alle famiglie di non scegliere se lavorare o stare a casa a badare ai figli.

Obbligare un uomo ad usufruire di un congedo parentale importante scatenerebbe una serie di ulteriori dinamiche che senza ombra di dubbio porterebbero vantaggi socio-culturali quali:

  • Formazione sul campo del nuovo genitore nei primi mesi, fondamentali per il sostegno sia del bambino che della madre;
  • Assottigliamento delle valutazioni uomo-donna in campo lavorativo. Di fatto un uomo si assenterebbe quanto una madre andando ad eliminare quel preconcetto nei riguardi di una eventuale gravidanza;

L’idea della bigenitorialità è meravigliosa ma non deve essere un obbligo di legge quanto un obbligo morale, quando ancora non è vista come un dovere sociale. Obbligare i genitori ad essere tali senza aver messo loro in mano gli strumenti necessari perché questo cambiamento avvenga è un delitto nei confronti dei nostri stessi figli.

Diamo la possibilità a chi vuole fare il padre e a chi vuole fare la madre di esserlo, sia nelle famiglie classiche che in quelle separate ma senza pensare che un obbligo calato dall’alto possa portare dei vantaggi ai nostri figli.

Diamo la possibilità ai nostri figli di vivere la famiglia secondo le nuove esigenze sociali, secondo quel principio per il quale il genitore non è solo chi ti procrea ma soprattutto chi ti ama e ti aiuta a crescere durante tutta la tua vita.

Cambiamo questa nostra Società per il bene dei nostri figli.

Massimiliano

Sono Massimiliano Di Nicolantonio ma mi conoscete come Max Dejavù. Sono un poco scrittore e un poco blogger. Un po' tecnico e un molto padre. Sono un po' potamo e un po' troppo tutto il resto. Scrivo, disegno, presento e racconto.

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